Era il luglio del 1980, la famiglia Chamberlain stava campeggiando alle pendici del monte Uluru: i due genitori, due bambini e una neonata di 2 mesi, Azaria.
Ad un certo punto si ode il pianto della bambina, la madre si reca alla tenda e vede un dingo che scappa con qualcosa in bocca. Nella tenda la bambina non c'è più.
Il dingo è un cane selvatico che venne portato al seguito dalle popolazioni asiatiche che migrarono verso sud 3000 anni fa.
La bambina non fu piu' trovata, attorno alla tenda le impronte di un dingo che si allontanava. Settimane dopo venne trovato un golfino lacerato che la bimba indossava quella notte, a 4 km di distanza dalla tenda. Sembrava un caso semplice ma sulla base dei rilievi della polizia scientifica si fece strada l'ipotesi che la madre avesse ordito una complessa messa in scena per nascondere l'omicidio, e venne condannata.
Tutta la vicenda ebbe una grande visibilità e l'opinione pubblica si schierò contro la madre, complice il fatto che la sua reazione alla scomparsa della figlia fu considerata troppo poco emotiva e l'appartenenza ad una setta religiosa. Un processo mediatico con una condanna scritta dal pubblico prima ancora che dal giudice, sotto l'influenza di pettegolezzi privi di fondamento, come la voce che il nome Azaria significasse "Sacrificio nella terra selvaggia", e analisi forensiche clamorosamente errate: macchie di milkshake all'interno dell'auto scambiate per sangue.
E' il 1986, la madre si sta facendo il sesto anno di galera quando avviene un colpo di scena: un turista inglese muore durante la scalata di Uluru e per recuperarlo i soccorritori si addentrano in una zona inaccessibile. Lì, in mezzo alle tane dei dingo, trovano la tutina che la neonata indossava sotto alla maglia, con evidenti segni dell'accaduto (vi risparmio la foto).
Il caso si riapre, vengono controvertite le errate deduzioni forensiche e la madre viene scagionata.
La storia arriva fino ai giorni nostri perchè solo un anno fa è stata scritta la parola definitiva con la revisione del certificato di morte così come ha caparbiamente chiesto la madre per tanti anni. Qui la sentenza pronunciata dalla giudice, non senza emozione.
Leggevo che la vicenda ha avuto un forte impatto sulla società, per i sensi di colpa di essersi accanita contro una madre che aveva subito una tragedia. Ed è stato anche uno spunto per riconsiderare la validità delle indagini forensi quando si parte con una tesi precostituita.
C’e’ un qualcosa di familiare in questa vicenda, forse perche’ racchiude la paura delle fiabe che ascoltavamo da bambini e i nostri peggiori incubi da genitori. Mi viene anche in mentre la storia di cui parlai qualche tempo fa, quella del coccodrillo e del bambino.
Hanno scritto libri e fatto film con Maryl Streep, Un Grido nella Notte e al National Museum of Australia ci sono esposti i reperti che sono stati utilizzati al processo.



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